Con il Giubileo della Salute Mentale, si presenta l’opportunità di riflettere profondamente su un tema che coinvolge l’intera società.
La salute mentale va oltre il mero aspetto clinico; rappresenta un ambito cruciale del nostro benessere generale, che abbraccia l’individuo nella sua totalità e non solo come paziente. La visione di Franco Basaglia, che ha rivoluzionato il trattamento delle malattie mentali, sottolinea chiaramente che la persona non deve essere identificata con la propria malattia. Questa intuizione è particolarmente attuale in un’epoca in cui il stigma associato al disagio psichico continua a persistere, condizionando le vite di molte persone e delle loro famiglie.
La solitudine delle famiglie
La solitudine delle famiglie che si trovano a dover affrontare situazioni di disagio mentale è una realtà preoccupante. Spesso queste famiglie si sentono abbandonate, costrette a gestire da sole pesanti fardelli, oppure si trovano a dover ricorrere a istituzioni che si trovano lontano dal proprio contesto territoriale. Questo porta a una separazione non solo fisica, ma anche relazionale e sociale. La salute mentale, quindi, non può essere relegata a un ambito separato; deve invece essere integrata in una visione complessiva di salute e benessere, dove la comunità gioca un ruolo fondamentale.
Riconoscere le fragilità
In una società sempre più permeata da paura e violenza, il rischio è che le fragilità vengano trasformate in problemi da isolare e reprimere. Il disagio psichico viene spesso “psichiatrizzato”, ridotto a un fenomeno da neutralizzare e rendere invisibile. Tuttavia, questa strategia non fa altro che allontanare la realtà del disagio, che in effetti riguarda ogni individuo. Una società sana è quella che si confronta con le proprie fragilità e cerca di affrontarle in modo aperto e umano.
Il cardinale Carlo Maria Martini ha parlato di “cittadinanza terapeutica”, richiamando l’importanza della comunità nel processo di guarigione. Riferendosi al Vangelo, in particolare al racconto dell’indemoniato di Gerasa, ha evidenziato che il riconoscimento della persona come parte integrante della comunità è essenziale per un percorso di recupero autentico. Non basta costruire strutture; è fondamentale creare una rete di relazioni affettive e responsabilità condivisa. La comunità deve diventare un luogo di accoglienza e solidarietà, capace di sostenere chi vive il disagio psichico.

Sviluppare nuove dinamiche sociali
In questo contesto, diventa cruciale sviluppare nuove dinamiche sociali, come tutoraggi, affidi e accompagnamenti per i caregiver. Per far sì che queste esperienze diventino parte integrante della nostra vita quotidiana, è necessario superare l’individualismo che caratterizza la nostra società. Non si tratta di semplici atti di beneficenza, ma di un impegno collettivo volto a costruire un futuro migliore per tutti. È essenziale rispondere alla domanda di molte famiglie, che si trovano a chiedersi: «Chi si prenderà cura di mio figlio disabile quando non ci sarò più?».
La figura del caregiver, spesso invisibile ma fondamentale, deve essere valorizzata e supportata. Le professioni legate al sostegno delle persone con disagio psichico devono essere arricchite da un entusiasmo rinnovato da parte della società civile, che si impegni a promuovere una narrazione positiva e inclusiva. È necessario riconoscere e apprezzare la fatica quotidiana che si cela dietro ogni gesto di accoglienza e cura.
Papa Francesco, con il suo esempio, ci invita a mettere al centro non la sofferenza, ma la persona. Egli promuove una cultura della prossimità, dove la fragilità non è vista come un difetto, ma come un’opportunità di crescita e generazione di legami. Il Vangelo è ricco di storie in cui la guarigione avviene non attraverso miracoli, ma grazie alla presenza e all’ascolto di chi si ferma per prendersi cura dell’altro. Oggi, più che mai, è imprescindibile lavorare per restituire questa possibilità a ogni persona che vive il disagio psichico, affinché possa sentirsi parte attiva e riconosciuta della comunità.